Efisio Marini, geniale pietrificatore d’uomini

Efisio Marini era del 1835 e aveva mani d’oro per imbalsamare i cadaveri. Di lui dicevano che fosse un tipo in gamba, molto scrupoloso.

Efisio_marini

Efisio Marini

Dicevan poi, che portasse sfortuna e ovviamente non era vero.

Si trattava di una balla messa in circolo per infangare la sua bravura. Così accade agli uomini geniali e, come tali, temuti.

Il suo soprannome? IL PIETRIFICATORE o, se preferite, l’imbalsamatore. 

Piede mummificato da Efisio Marini.

Dopo aver conseguito all’Università di Pisa le lauree in Medicina e Scienze Naturali, il giovane Efisio Marini fece ritorno, nel 1861, nella sua città natale ottenendo l’incarico di assistente al Museo di Storia Naturale cittadino.

Fu in quel periodo che potè  elaborare  un metodo completamente nuovo di mummificazione. Riuscì a pietrificare i cadaveri senza effettuare tagli o far uso di iniezioni sugli stessi.

Con quello stesso metodo sarà poi capace di invertire i processi “naturali”, restituendo ai corpi il colore e la consistenza originali. Una sorta di alchimia o di magia che faceva pensare. Perchè stimolava la curiosità. 

Efisio marini

Efisio Marini: mano pietrificata.

Il primo successo con questo tipo di esperimento il Marini lo ottenne lavorando scrupolosamente su un braccio umano.

Efisio riuscì a pietrificare addirittura il sangue: curioso l’aneddoto che racconta di come, venuto in possesso del sangue di Giuseppe Garibaldi (raccolto sull’Aspromonte), lo solidificò e lo plasmò facendone un medaglione. Garibaldi gradì la riuscita dell’esperimenti e ringraziò Marini con una lettera ufficiale.

Tavolino con piede mummificato.

Pur essendo divenuto celebre grazie alle sue pietrificazioni (una mano di giovane fanciulla è perfettamente conservata all’Università di Sassari), Marini era ossessionato dal mantenere segrete le sue formule.

Finì la sua vita in povertà, circondato dalla sua collezione anatomica. Irascibile ed evitato da tanti.

Il mare della Sardegna

Quel che feriva e indignava il Marini era l’indifferenza, forse quell’ostilità riservatagli dal modesto ambiente accademico cagliaritano nel quale non ottenne, da giovanissimo, la cattedra.

Per ambizione e in parte per disgusto verso l’università del capoluogo sardo, compiuti 30 anni, lasciò Cagliari dopo aver gettato moltre delle sue opere in mare. Guardando le onde dalle quali, si dice, traesse ispirazione. 

Marcello Polastri 

 

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