Castello: un portico.

LA TRISTE VIA DEI CONDANNATI

Storie di condannati a morte e di forzati silenzi.

Esiste un posto a Cagliari, chiamato via delle forche”. Per quale motivo è semplice: si tratta di una strada realizzata con ciottoli di fiume, alla “maniera pisana”, per non poter essere solcata dai carri ma esclusivamente percorsa dai condannati a morte che – soprattutto  nel Medioevo – dovevano uscire dal Castello di Cagliari in date prestabilite, ed essere portati verso il patibolo…

 

 

Pubblichiamo di seguito alcune memorie raccolte da Marcello Polastri, in anni di ricerche archivistiche, comparazione dei testi  ed esplorazioni sul campo.

 

LA  VIA  DELLE  FORCHE…ovvero, cosa ci raccontano i sotterranei della città!

 

Il punto di morte era situato a “Sa Costa”, nella zona dell’attuale via Manno. Di poco al di sotto delle mura medievali di Castello. Per esser più preciso nel punto esatto in cui dette mura incontravano i confini del quartiere “La Pola” o “della Marina”, e di Stampace alto. Nel crocevia tra i tre quartieri, in un periodo dove la scaramanzia era di casa: il Medioevo.

Oggi, a distanza di secoli, quella “strada sinistra”, denominata anche “via de sa morte” (via della morte) riposa nel sottosuolo, lontana da occhi indiscreti. Per fortuna in parte è stata ripulita, certo per un breve tratto (lungo una decina di metri) ma è stata riscoperta, sotto il Bastione di Saint Remy, speriamo per il bene della città perchè – considerato il suo originario – ci auspichiamo porti bene!

Il sito è raggiungibile dalla Porta dei Leoni oppure attraversando i cunicoli sotterranei della cosiddetta Passeggiata coperta.

E’ adiacente una cisterna punica, mura pisane e aragonesi, ma anche reperti di epoca romana.

Cagliari non smette di stupire, per svelarci i suoi segreti più inquietanti. Quelli  che per tanti secoli sono rimasti volutamente sepolti, per opera delle autorità civili, militari e religiose, che a Castello dimorarono fin dal periodo Pisano, aragonese, spagnolo, piemontese.

C’è chi sostiene che la cosiddetta “via delle Forche”, citata anche da Sigismondo Asquer, nella metà del 1500 in una apposita carta di Cagliari (una delle più vecchie…), è stata realizzata con ciottoli di fiume, provenienti probabilmente dalla Marmilla. Il GCC, che nel recente passato ha esplorato e mostrato in tv quel sito, è certo che detta strada ricalca il tracciato di una strada più antica, forse di età tardo-imperiale.
Questa triste via esisteva con certezza nel 1564. proprio in quell’anno, a nominarla in un interessante memoriale, è il marchese di Pescara. Tuttavia, c’è chi è convinto che l’utilizzo per i condannati potrebbe risalire a un periodo precedente.

Sembra di sentirli, i lamenti ed i mugugni di quelle persone che – sovente – pronunciavano bestemmie irripetibili o sputavano sulla folla, oramai in catene e rassegnate (ma non per questo prive di sentimenti) nel raggiungere quel tanto odiato patibolo. Una volta giunti a “Sa Costa”, quindi nei pressi delle forche, potevano esprimere l’ultimo – umile desiderio…

Certo che non potevano chiedere la grazia: tanto non l’avrebbero ricevuta. Ed era conveniente morire con fierezza, mostrandosi forti, perché il popolo li avrebbe ricordati “fieri e coraggiosi”, senza correre il rischio di far attribuire ai loro parenti l’epiteto di “vigliacchi e infami” e altre cose simili. Assurdità e paradossi della vita, che tra il 1500 e il 1600 a Cagliari, non era certo bella: epidemie di colera, pidocchi, carestie e pestilenze. A quei tempi si moriva per un ascesso! E dobbiamo pensare alla povertà del periodo, all’assenza di precise norme igieniche, quando i morti – peer guadagnarsi un posto in cielo – venivano sepolti nel sagrato delle chiese, o in cortile. I condannati a morte, invece, venivano portati lontani dal centro abitato: etra moenia!

Avete presenti le picche? Parecchie teste, di malfattori crudeli, venivano portate in giro da un cavaliere che galoppava il lungo e in largo per mostrare al popolo la testa dell’ucciso! Altro che privacy e leggi in materia di minori: si racconta che a qusti macabri teatrini, la gente assisteva con gusto sadico. Altri di portavano le mani sugli occhi e piangevano terrorizzati.

C’erano ben poche speranza di farla franca davanti al boia. La grazia veniva concessa raramente ai condannati a morte della città, e ciò, se avveniva, accadeva esclusivamente nella cosiddetta “stanza dei tormenti” o “dei lamenti”.

 

 

Si trattava di una celletta sotterranea situata nei pressi della Torre di san Pancrazio, quindi nel punto più alto del Castello, dove il Viceré ed il Ministro erano soliti ascoltare i condannati.Tra i tanti ministri ricordiamo lo spietato Bogino, che a quanto pare sorrideva mentre percorreva l’androne dei pubblici ergastoli, situati nel sottosuolo del Bastione di Saint Remi allora denominato “Porta ergastolo”.

Torniamo ai condannati. Questi, si sà, ricevevano dal boia il colpo mortale: ascia oppure cappio.

Talvolta, il boia, sempre con il volto coperto, se all’occorrenza veniva incitato dal pubblico, era solito spartire o lanciare alla folla le povere membra del giustiziato. Vecchi manoscritti raccontano come alcuni condannati a morte, morivano con grandi difficoltà, seppure privati di arti vitali. Scene da dimenticare, che ad ogni modo fanno parte della nostra storia e la storia, si sa, è così importante che resta impressa nella memoria.

 

Cagliari, nel Medioevo ha conosciuto dunque scene raccapriccianti, momenti tristi che ad ogni modo diffondevano – per opera delle autorità dell’epoca – il terrore per poter essere di monito ai ladri, agli assassini e ai malfattori.

Dagli archivi del GCC sappiamo inoltre che i boia, o meglio una famiglia di boia, risiedeva nel quartiere della Marina. Nei pressi della Cripta sotterranea del Santo Sepolcro, poco sotto il Quattrocentesco Spedale di Sant’Antonio in via Manno, erano presenti quattro caverne abitate da altrettanto boia. Per quale motivo?
Perché il loro nome doveva restare assolutamente segreto. Se il volgo si fosse accorto dell’esistenza di un boia in una abitazione, sarebbe stato semplice approfittarne e ucciderlo, pur di salvare la o allungare la vita di un amico, o un nobile paladino condannato a morte.

Ma questa è un’altra storia di Cagliari sotterranea che prima o poi vi racconteremo.

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