San Sperate e il mistero della tomba dei 12 mila

Quella che vi racconteremo a breve è una storia incredibile o quasi, considerato che siamo in Sardegna ovvero in una terra così come l’Italia, piena di contraddizioni. È la storia della TOMBA sotto al CAVALCAVIA di San Sperate.   

 

La tomba de Su Farigu a San Sperate

Dentro la recinzione di ferro in pessimo stato di conservazione, come testimonia l’immagine qui a fianco, troviamo grandi trincee. Di cosa si tratta?

Esse sono veri e propri scavi circondati da strutture murarie, da rinforzi di pietra calcarea. E c’è chi racconta che questi scavi fossero antiche tombe, forse sepolture collettive.

LA LEGGENDA sostiene che al loro interno vennero sepolte centinaia di salme. Erano i resti di uomini morti un terribile scontro, forse in battaglia? Oppure si tratta di una tremenda epidamia che sterminò la popolazione?

TombaStatale131_1

I più fantasiosi raccontano che accanto a San Sperate, tanti guerrieri Punici dell’esercito comandato dai fratelli Asdrubale e Amilcare (storici figli di Magone), nel 535 a.C. morirono durante l’ennesima campagna militare per la conquista della Sardegna.

In realtà non si sa molto di tale spedizione ma gli storici suppongono che l’avanzata cartaginese fu arrestata nuovamente, e per davvero nel Campidano ancor prima di raggiungere le montagne più impervie.

Ci viene in mente che, durante la seconda guerra punica, ancora nel Campidano di Cagliari, insomma da queste parti, avvennero altri feroci scontri. Una terribile  battaglia in una zona non molto lontana da Carales vide le truppe sardo-puniche sbaragliate e stando a quanto ci ha tramandato Tito Livio, morirono in questo scontro sanguinoso almeno 12.000 uomini, tra Sardi e Punici.

Nella stessa battaglia morì Josto e a seguito della notizia, suo padre, il famosissimo Amsicora, decise di togliersi la vita in gran segreto. Anche per non essere bloccato in questo gesto estremo.

Tomba_statale_131_2Magari le tombe visibili nell’immagine non c’entrano con tutto ciò; la loro storia è decisamente differente. Di sicuro, chi ha scavato questi siti in modo scientifico, si sarà fatto una opinione.

I “miti” nascono dalle incomprensioni. E molto spesso, noi uomini pensanti, andiamo in cerca di certezze per far fronte a dubbi e a supposizioni.

Così, nel tentativo di saperne di più sulla nostra storia, anche per non alimentare leggende metropolitane, chiediamo ai nostri lettori: voi, ne sapete qualcosa? Avete notizie in merito?

Nel frattempo, il nostro cuore, continua a piangere per la trascuratezza del nostro patrimonio identitario del quale è sempre bene parlare. Per scuotere le coscienze.

Marcello Polastri

I LETTORI CI SCRIVONO

 

Un bel resoconto ci giunge dal signor

 Antonello Argiolas 

:

“Nel 1984 iniziai come tecnico di cantiere i lavori di ampliamento della ss 131 dal km 14+750 al km 18+100. I lavori prevedevano anche la costruzione di n. 2 cavalcavia. Uno era quello della foto.

Da mesi erano iniziati i lavori e fino a quel momento nulla era mai emerso dai normali scavi stradali. Ma come sanno fare i cercatori d’oro o di petrolio, anche la Sovrintendenza sa dove trovare il suo greggio.
Quel giorno, fino a quel momento, era stato come tutti gli altri.

Mi trovavo a dare istruzioni a un operatore di pala cingolata per asportare lo strato di coltre vegetale su una collinetta dove avremmo dovuto costruire le rampe e il cavalcavia in questione. Si fermò sul ciglio della strada una macchina e chi la conduceva mi si avvicinò presentandosi come assistente del prof. Giovannino Ugas, della Soprintendenza archeologica. Mi disse di continuare tranquillamente il mio lavoro. Nel frattempo, da un acquitrino a due passi da lì, si procurò delle canne e ricavatene dei picchetti incominciò a piantarli qui e lá sul terreno ormai ripulito dall’erba. “Scusi, ma perché pianta quei picchetti ?” Chiesi.

“Con molta probabilità sotto ogni picchetto potrebbe esserci una tomba”,mi rispose. E mi spiegò anche il perché. Poi dopo ore di lavoro aggiunse che da quel momento dovevo ritenere sospesi i lavori in quell’area. Ci impiegai poco a capire che ci tenevano d’occhio da tempo e non aspettavano altro che intervenissimo il quella specifica zona perché sapevano già che avrebbero potuto trovare proprio lì il loro greggio. E infatti fu così.

L ANAS finanziò i lavori archeologici e la soprintendenza potè iniziare la sua campagna di scavo. I lavori durarono molto tempo.

Osservando bisturi, scopette, setacci, disegnatori, antropologi, potei soddisfare la curiostà dei miei giovani occhi seguendo l’avanzamento dei lavori e delle ipotesi che man mano si montavano e smontavano a secondo dei casi e dei ritrovamenti che emergevano.

Chiaramente gli archeologi non proferivano parola, osservavano e andavano via. Gli operai, invece, che avevano la schiena china tutto il giorno sugli scavi, ogni tanto lasciavano trapelare qualcosa della loro arte e dei reperti che magari erano già stati portati via in tutta fretta in soprintendenza.

Qualche volta capitai lì al momento giusto. Potei così godere di alcuni curiosissimi corredi funerari che ridavano vita nella mia mente a quelli scheletri così antichi quanto vicini per animo.

Evidentemente l’archeologo Giovannino Ugas aveva saputo scegliere bene il suo collaboratore. Infatti sotto quasi tutti quei picchetti, da lui infissi apparentemente alla rinfusa, furono rinvenute altrettante tombe, sepolture, nonchè quelle che dagli esperti sentivo chiamare “sacche nuragiche”.

Nonostante il duro impegno nella costruzione della strada, quando passavo lì vicino non mancavo mai di avvicinarmi agli scavi. Per le maestranze archeologiche oramai ero diventato di casa, ” novità ?” Ero solito chiedere. Devo dire che quello che mi fu detto fu detto con attento riserbo. E non so neanche se mi fu raccontato tutto sui reperti che effettivamente furono rinvenuti.

La superficie interessata dagli scavi ad occhio non superava i 1000 mq.
Le prime e la maggior parte delle sepolture rinvenute erano di tipo singolo, e senza un particolare ordine planimetrico. Consistevano nel modo più semplice e/o povero di seppellire un corpo. Dopo aver scavato una buca nel terreno, Il defunto veniva adagiato all’interno in posizione rannicchiata su un lato, poi ricoperto di terra. Questa particolare posizione era chiamata dagli esperti “Posizione Fetale”.

Lo scavo archeologico della sepoltura avveniva invece a piccoli strati successivi e ogni strato documentato. Lo scheletro iniziava a comparire come spesso vediamo fare con i dinosauri. La terra man mano asportata veniva depositata in prossimità dello scavo fino a formare un piccolo cumulo.

Successivamente veniva passata minuziosamente tutta al setaccio. E grazie a questo lavoro che un frammento piccolo come metá di uno stuzzicadenti e incrostato da potersi confondere facilmente con la terra poteva essere ripulito per presentarsi definitivamente ed essere catalogato per quello che era: ” FORCINA PER CAPELLI “.

Ricordo che in altre sepolture furono rinvenuti come corredi funerari vari tipi di vasellame.
Un giorno fui più fortunato. Capitai lì mentre era stato appena rinvenuto un singolare reperto. ” Di cosa si tratta ?” Questa é la domanda che mi fu rivolta mentre mi avvicinavo a loro e contemporaneamente mi veniva mostrata con estrema cura e dolcezza una terracotta. ” una piccola brocca” risposi di getto. “Guardala bene, cosa é ? Guarda questo !!!!” .

Mi fu indicata una piccola protuberanza che si trovava in corrispondenza della parte alta della pancia della brocchetta. Questo capezzolo non era più grande di mezzo dito medio e aveva un forellino passante che partiva dalla punta fin dentro la brocca.

Dovettero dirmelo, non ci sarei mai arrivato. Non ricordo, ma forse non sapevo ancora che era stato recuperato vicino allo scheletrino di un infante. Si trattava di un BIBERON d’altri tempi.

Non saprei dirvi quale sia la tecnica migliore per pescare le anguille. So per certo però, come ne pescammo una noi in cantiere. Eravamo intenti a scavare una piccola porzione di terreno per allargare la strada esistente.

Arrivati a ridosso dell’acquitrino che si trovava ai piedi della collinetta oggetto degli scavi archeologici, l’escavatore affondò ancora la benna, questa volta però scomparve nella torba. Quando rispuntò fuori alta, con il suo carico di terra nera grondante d’acqua, a cavallo dei dentoni d’acciaio faceva bella mostra un’anguilla enorme. Una così grande non l’ho più rivista in vita mia. Sarà stata un metro di lunghezza o forse più. Lucente di un verde chiaro fluorescente che sfumava al giallo nel ventre. Cosa c’entra questo con l’archeologia lo pensai tempo dopo, collegandolo a un’altro fatto. Nel frattempo i lavori archeologici continuavano.
Di cosa si nutrivano i nostri antenati? Domanda stupida. Però fa un certo effetto immaginare che una piccola comunità, forse una famiglia, tantissimo tempo fa avesse consumato in prossimità delle tombe un’abbondante pasto di arselle. Forse per non attirare vespe, api, o altri insetti fastidiosi fecero un fossetto per terra grande come un secchio e vi riversarono dentro i gusci avanzati. Quando fu rinvenuto gli operai mi dissero trattarsi di una cosiddetta “SACCA NURAGICA”.
Chissà se poi si chiamano veramente così. Non posso escludere che qualche operaio comune, per sentirsi importante ai miei occhi, estendesse terminologie sentite dagli archeologi a situazioni non appropriate. Comunque il ritrovamento di questi gusci lo collegai all’acquitrino a due passi da lì e logicamente al capitone che pescammo con l’escavatore. Una riflessione del tutto personale, s’intende’ ma la presenza dell’acquitrino ricco di alimenti poteva giustificare la presenza dell’uomo nei d’intorni in vari periodi e perciò la necropoli con sepolture e tombe di epoche diverse.
Infatti, oltre alle sepolture singole effettuate direttamente su terreno, furono rinvenute anche delle vere e proprie tombe.
Sono passati ormai 30 anni da quei giorni. I ricordi sono un po offuscati e
non rammento più quante tombe a manufatto emersero. Due però me le ricordo con certezza, forse per la loro particolarità rispetto alle altre. Erano infatti tombe collettive.
La prima era di pianta regolare. Muratura perimetrale in pietra. La copertura ricavata con pietroni a lastra grossolana posati inclinati uno contro l’altro come si può fare con due carte da gioco. Nell’insieme aveva tutta l’aria di una piccola casetta tipo quelle di cartone con cui giocavano una volta i nostri figli, anche se più grande. Chiaramente tutto era sottoterra e durante lo scavo la prima cosa che emergeva era la copertura. Una tra le prime pietre rinvenute in copertura era inconfondibilmente lavorata dall’uomo. Scavata in modo regolare al modo di una vaschetta per la raccolta dell’acqua o di piccolo abbeveratoio, e probabilmente lo era stato. Non ricordo se fosse di calcare o arenaria, ma era una pietra eccessivamente porosa da sembrare una grossa spugna. Probabilmente proprio perché non tratteneva più l’acqua, i nostri antenati decisero di riutilizzarla per la costruzione della copertura della tomba. Dicevo prima che questa era la prima tomba collettiva messa in luce in questo sito. Il numero dei corpi, se la mente non mi inganna, era di 13. Gli scheletri vennero trovati come solito in vari strati successivi. Negli angoli all’interno della tomba furono trovati un certo numero di crani raccolti vicini tra di loro. Questo particolare testimoniava che i corpi furono seppelliti in tempi successivi. Evidentemente capitò che per seppellire un corpo si rese necessario creargli dello spazio tra i resti di precedenti morti. Alcuni crani, essendo la parte più voluminosa, vennero perciò spinti negli angoli della tomba prima di inserire il nuovo defunto.
Gli addetti agli scavi, in generale, non sembravano particolarmente colpiti da tutto quello che fino a lì era stato messo in luce. Evidentemente per loro era di routine. Ma a pochi metri di distanza da questa tomba ne avrebbero scavata un’altra che risollevò all’improvviso il loro interesse.
Si trattava di un’altra tomba collettiva. Si capì subito che era decisamente più importante della precedente, se non altro per le sue dimensioni. Sarà stata lunga dai 3 ai 4 metri e larga forse 1,80. Anche questa era confinata perimetralmente da una muratura in pietra calcarea di forma planimetrica leggermente ad ellisse. La profondità era ancora tutta da scoprire.
Le dimensioni della tomba in relazione al numero degli scheletri visibili, già dal primo strato di scavo, erano sufficienti a catturare l’attenzione e la curiosità di ogni persona che a vario titolo capitava lì. In piedi, e guardando verso il basso, tutti non riuscivano a far altro che rimanere ammutoliti. Così rimasi anch’io.
Gli addetti ricurvi sullo scavo con cazzuolini, scopini e altri attrezzi, avevano messo in luce dalla terra quella che a prima vista appariva come una impenetrabile giungla di ossa.
Quasi per caso presi di mira un teschio e scendendo con la vista attraverso la colonna vertebrale percorsi interamente il suo scheletro fino a tutte le periferie. In mezzo a tutti gli altri mi apparve infine chiaro questo corpo. Feci lo stesso esercizio con gli altri scheletri vicini e così via, finché tutto quello strato di ossa disordinate si trasformò chiaramente nelle sagome dei corpi deposti. Avevo davanti a me la stessa vista che un nostro antenato, secoli e secoli fa, lasciò alle sue spalle dopo aver deposto l’ultimo defunto.
Gli scavi continuavano lentamente. Finito uno strato si passava a quello successivo come si gira la pagina di un libro. Il numero dei defunti aumentava inarrestabile, 10, 20, 30, 40, 50,….100,…150….200 .. e ancora si scavava. Il computo avveniva in modo incrociato. Si contavano distintamente i teschi e i bacini, rispettivamente con numeri e lettere. Ricordo che a un certo punto il conteggio non tornava; il numero dei teschi non coincideva più con quello dei bacini. Non saprei dirvi il perché, tantomeno venni a conoscenza delle risultanze finali del computo.
Non ricordo se gli scheletri fossero in prevalenza maschi o femmine. Ma tra tutti, quello che mi é rimasto impresso era certamente di una donna, al punto che ancora oggi l’ho davanti agli occhi.
Il suo corpo era stato deposto supino, le braccia distese sui fianchi risalivano con gli avambracci verso l’addome. E lì, le mani, con i palmi simmetricamente rivolti verso il ventre sembravano proteggerlo. Sotto le mani giaceva rannicchiato uno scheletrino interamente ben formato. Era talmente piccolo che il cranio non era più spesso di un guscio d’uovo. Infatti risultava schiacciato in mille pezzi non avendo sopportato il peso sovrastante. Questa vista toccò profondamente tutti. La donna era sicuramente deceduta, e con lei il suo piccolo, in stato di gravidanza avanzata o forse di parto.
Fin dall’inizio, vista la quantità degli scheletri che andava aumentando, il tema conduttore dello scavo era diventato il ” Mistero “.
Io ricordo oltre 200 scheletri ma ho letto in un post che si raggiunsero addirittura i 292.
Si trattava di un’epidemia, di morti in battaglia o cos’altro?
Purtroppo le analisi necessarie a risolvere il mistero sarebbero tante, multidisciplinari e sopratutto di valenza scientifica. Sicuramente il Direttore degli scavi, l’archeologo Giovannino Ugas, avrà pubblicato o quantomeno effettuato una relazione finale con scientifiche conclusioni. Rimando perciò la vostra ricerca presso gli istituti competenti.
Per quanto mi riguarda ho voluto raccontarvi i miei ricordi. Volutamente ho tralasciato di citare datazioni o altro relativamente a reperti e tombe. Questo per non incorrere nei classici errori del profano di turno che si cimenta in campi non suoi. E non escludo che, nonostante questa cautela, non possa averne commessi.
Però, tra i tanti interrogativi che mi posi a uno avrei potuto trovare risposta autonomamente. Il quesito era questo: se la causa fosse stata un’epidemia o si trattasse di morti in battaglia, sarebbero potuto starci in un sol momento 292 morti all’interno di una tomba di queste dimensioni ?
Se si riempisse una vasca d’acqua fino all’orlo e poi si immergesse un corpo, mediamente la quantità di acqua tracimante sarebbe di circa 90 litri, ovvero 0,09mc.
Perciò mc 0,09 * 292 corpi= mc 26 (volume specifico). Questo volume andrebbe maggiorato degli spazi vuoti che certamente si verrebbero a creare tra i corpi a contatto. Stimo perciò in modo restrittivo un aumento del 20% sul totale. Si otterrebbero così circa 31 mc ( volume totale necessario per farci stare 292 morti)

Considerando la tomba lunga circa mt 4,00 e larga 1,80 la sua superficie risulterebbe di mq 7,2.

Dividendo mc 31/mq 7,2 = mt 4,30 (altezza che avrebbe dovuto avere la tomba per contenere 292 morti deposti nello stesso periodo).
Non ricordo esattamente le misure della tomba, ma anche se fosse stata leggermente più lunga e più larga sicuramente non raggiungeva i 2,00 mt di altezza, anzi forse non arrivava a 1,60 mt. Altezza decisamente inferiore a quella necessaria di oltre 4 metri.

CONCLUSIONE
I morti furono deposti in tempi successivi abbastanza distanti tra loro da permettere nel frattempo la diminuzione del volume dei precedenti defunti. Caso contrario lo spazio non sarebbe risultato sufficiente a contenerli tutti. A mio giudizio perciò non si trattò nè di epidemia (leggi unica epidemia) ne tantomeno di morti in battaglia ( leggi unica battaglia).
Alla fine degli scavi fu costruita un ulteriore campata del cavalcavia per salvaguardare la tomba. Tante altre dopo essere state ben documentate furono reinterrate e finirono sotto i rilevati stradali.”

Nell’immagine, a sinistra l’ipogeo funerario di cultura Monte Claro, a destra il Sepolcro dei trecento e, a sinistra in basso, una veduta d’insieme dell’area
rs

Commenti