Sotto il bastione la via delle forche

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Un tratto della via delle forche

Sotto il Bastione di Saint Remy esiste, ma pochi hanno avuto l’occasione di osservarla, la via delle forche. Ritrovata nel 2004 durante i lavori per la ristrutturazione del più noto bastione di Cagliari, era la strada dei condannati a morte e aveva il suo punto d’inizio alla base delle alte torri medievali, dal cuore del Castel di Castro e terminava in uno spiazzo antistante il patibolo.

Questo, nel Medioevo, era situato nei pressi dell’attuale via Manno meglio nota ai cagliaritani come “Sa costa“, praticamente ai piedi delle mura antiche, al confine con gli altri quartieri storici della città.

Il Castello visto dal BastioneUna scelta non casuale quella di realizzare il patiblo extra muros, per giustiziare i malfattori che si erano macchiati di reati e che, in quanto tali, erano considerati “impuri“, di conseguenza andavano allontanati dalla città di allora, chiusa appunto da robuste mura, e giustiziati ai margini estremi.

Realizzata con uno scavo nel terreno calcareo, sul declivio collinare del Castello, la strada dei condannati venne ricoperta da tanti ciottoli di fiume: pietre perlopiù levigate e scure, provenienti probabilmente dalla Marmilla e posizionate su una preesistente via romana di età tardo-imperiale.

La Torre di San PancrazioQuando, dalla Torre dell’Elefante suonava il cupo rintocco da “sa campana mala” (la campana cattiva o infausta), per i condannati era giunta l’ultima ora.

Questi, a momenti, sarebbero saliti sul patibolo. La strada, ai suoi lati, si animava di astanti che, talvolta con silenziosi allorquando provavano pietà, ma sempre più spesso con urla e sputi, insulti e lanci di ortaggi, accoglievano i condannati. Questi, a loro volta, venivano scortati dai membri delle confraternite preposte alla loro assistenza, ovviamente sotto la supervisione di guardie armate.

La via delle forche esisteva già 1564, anno nel quale viene menzionata in un memoriale stilato dal marchese di Pescara. Una leggenda la fa risalire a un periodo antecedente e sostiene che i condannati venissero condotti, con le catene ai polsi e ai piedi ed anche incappucciati, per non essere riconosciuti dal volgo che avrebbe potuto azzardare tentativi di giustizia “fai da te”.

Una pagina triste per Cagliari, che ad ogni modo segna un confine, anche morale,  tra il periodo della pena di morte ed il tempo della sua sopressione.

Marcello Polastri

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