I nuraghi che non ci sono: dopo Monte Urpinu, l’ennesima illusione archeologica a Sant’Elia.
Cagliari si riscopre, ancora una volta, terra di “grandi rivelazioni”. Quattro archeologi, tra entusiasmo e improvvise certezze, rilanciano oggi una notizia destinata a fare rumore: la presenza di alcuni nuraghi nel promontorio di Sant’Elia, nei pressi della Torre del Prezzemolo. Una scoperta, dicono. Un’individuazione avvenuta – non senza un certo romanticismo narrativo – “in un’afosa giornata d’estate”.
Suggestivo? Certamente.
Reale? No. Perché qui non c’è alcun nuraghe.
O meglio: semmai, ciò che resta di qualcosa che forse lo fu.
Resti smontati, compromessi, cancellati nel tempo, travolti da attività estrattive e trasformazioni militari, nell’indifferenza generale. Parlare oggi di “nuraghi” integri o riconoscibili significa piegare la realtà alla suggestione.
E allora la domanda diventa inevitabile, quasi scomoda: se quegli ammassi di pietra e cemento fossero davvero i nuraghi noti già agli inizi del Novecento, perché nessuno ha fatto nulla per proteggerli?
Perché nessuno ha fermato la costruzione delle strutture militari che li inglobano, li soffocano tra cemento e filo spinato? Possibile che per oltre 120 anni chi aveva il compito di studiare, riconoscere e tutelare il patrimonio archeologico non si sia accorto di nulla? Dal Lamarmora al Canonico Spano, papà dell’archeologia sarda e profondo conoscitore di questo lembo di Cagliari?
Meno narrazione e più fatti: quelle pietre, segnate chiaramente da interventi con mine esplosive, provengono da una cava adiacente, successivamente trasformata in polveriera militare. Materiale di superficie, resistente e facilmente riutilizzabile, impiegato per costruire strutture di servizio come garitte. Non nuraghi. Non resti di torri megalitiche. Ma semplice riuso edilizio, peraltro documentato da fotografie aeree storiche.
Uno degli “screen” che gira tra le chat di chi crede e chi non crede alla scoperta dei nuraghi a Cagliari
Del resto, già nel 1905 si parlava con estrema cautela. L’ipotesi di una presenza nuragica nell’area era definita “probabile”, mai certa. Un villaggio preistorico, forse. Un gruppo di nuraghi, chissà. Nulla di più.
Quel poco che eventualmente sopravvive è altrove: più in alto, in posizione panoramica, coerente con la logica insediativa nuragica. Non certo a valle, a ridosso del mare, in un contesto completamente alterato. Il paragone con strutture ben documentate e tutelate è, quindi, del tutto improprio.
Eppure, ancora una volta, la macchina del sensazionalismo si rimette in moto. Bastano poche immagini, qualche interpretazione forzata, una nota stampa ben confezionata. Ed ecco che l’ipotesi diventa scoperta, il dubbio diventa certezza, il racconto prende il posto della verifica.
Perché succede?
Perché funziona. Perché “fa presa”. Perché alimenta dibattito, divisione, attenzione mediatica. E perché, non di rado, apre la porta a richieste di finanziamenti pubblici per indagini su ciò che, in realtà, è già noto a chi conosce davvero il territorio.
Nel frattempo, si accende il tifo da social: chi crede e chi nega, chi attacca e chi difende. La politica osserva, poi interviene, cavalcando l’onda emotiva. E la verità? Resta sullo sfondo, sacrificata sull’altare del clamore.
L’archeologia non dovrebbe essere questo. Non dovrebbe inseguire titoli, ma dati. Non suggestioni, ma prove. Non narrazioni estive, ma rigore.
Perché tra ciò che immaginiamo e ciò che è realmente esistito, c’è una differenza fondamentale: la storia non si inventa. Si dimostra con competenza.
PS. Di nuragico a Sant’Elia, semplicemente, non resta nulla. Del resto, nel 1905, fu l’archeologo Antonio Taramelli, accademico dei Lincei, a parlare di una “probabile” ma non certa presenza di nuraghi: “a Cagliari esisteva un villaggio preistorico, forse anche con la presenza di un gruppo di nuraghi” scrisse.
Quel poco che rimane è molto più distante, in posizione panoramica ed elevata, non a valle sul livello del mare. Del tutto improprio, quindi, il paragone con il Nuraghe Diana, struttura di ben altra consistenza e valore, peraltro tutelata archeologicamente (seppur tardivamente) e non ridotta a semplici ruderi inglobati in strutture militari.
In tal senso, leggi l’articolo intervista a Marcello Polastri: “Nuraghi violentati, quelli veri, non certi ammassi di pietra fatti dai militari. Sulla cima di Monte Urpinu sopravvive soltanto un frammento murario che la stessa Soprintendenza definisce non nuragico; lì il Comune ha avviato un cantiere per realizzare una postazione di avvistamento dell’avifauna”.
Ecco perché conviene diffidare dal sensazionalismo archeologico: trasforma suggestioni in “scoperte”, tiene “scoperte” per sé e le spara facile, con nota stampa, alimentando titoli facili. Ma perché? Per spingere a spendere risorse pubbliche e inseguire ciò che è già noto a chi sa? Alla fine, forse, per pubblicare a posteriori poco o nulla.
Nel frattempo resta il tifo da social: fazioni contrapposte, polemiche infinite e una la politica che cavalca l’onda dell’emotività alimentata da ricostruzioni sensazionalistiche più utili al clamore che alla verità.
Leggi la news su: L’Unione Sarda, Cagliari Pad, e social. Puoi approfondire il post di nurnet.




