Cagliari, 1793. Quando la Révolution si fermò sugli scogli.
Nel cuore del Settecento il Mediterraneo è una scacchiera. Le pedine sono flotte, cannoni, re e rivoluzionari.
E la Sardegna? Un’isola ricca, strategica, piena di miniere e mari generosi, attraversata dai tonni e dal pesce spada. Un bottino invitante.
È il 1793. La Rivoluzione francese ha già spazzato via troni e teste coronate. La Francia è in guerra con le monarchie d’Europa, tra cui il Regno di Sardegna di Vittorio Amedeo III di Savoia.
A Parigi qualcuno decide:
la Sardegna è roba nostra.
Semplice.
Venti navi all’orizzonte
Gennaio 1793. Nel Golfo di Cagliari spuntano 20 navi da guerra. A guidarle è il contrammiraglio Laurent Truguet.
A bordo: tra i 4.000 e i 6.200 soldati.
Il piano è lineare:
si chiede la resa, si sbarca, si conquista.
Una guerra lampo. Una formalità.
Ma Cagliari sta festeggiando Sant’Efisio.
E questo dettaglio — piccolo, invisibile sulle mappe militari — cambia tutto.
La lancia parlamentare
Truguet manda una lancia con gli emissari per notificare la resa.
Un gesto elegante, quasi burocratico.
Le batterie costiere, appostate tra Sant’Elia, Monte Urpinu e Bellavista a Quartu, rispondono con una bordata secca.
Diciassette morti su ventuno.
I quattro superstiti si rifugiano dietro un mercantile svedese. Terrorizzati.
Altro che accoglienza diplomatica.
E poi, la “guerra lampo” finisce prima di cominciare.
Il bombardamento
I francesi reagiscono. Cannoni contro mura, palle di ferro contro la città.
Cagliari trema ma non cede.
Il 14 febbraio arriva il tentativo decisivo: circa 4.000 uomini sbarcano al Margine Rosso. A guidarli è il generale Raphaël de Casabianca.
Qui la storia prende una piega inattesa.
Non furono i soldati sabaudi
Il viceré Vittorio Balbiano aveva organizzato le difese:
500 miliziani al Lazzaretto,
900 uomini verso Calamosca e Gliuc, questo il nome della vecchia chiesa di piazza San Bartolomeo.
Dragoni (soldati), e ancora cavalleria nella piana.
Ma le truppe di linea cedono quasi subito sotto il fuoco navale francese.
Le altre si preparano con i cannoni nel forte di Sant’Ignazio e a Su Forti di Quartu, davanti al Margine rosso.
E allora?
Restano loro.
I sardi.
Milizie popolari. Pastori armati. Artigiani. Civili.
Gente che non combatte per strategia, ma per casa.
Per la terra. Per dignità.
I francesi questo non l’avevano calcolato.
Il caos nel buio
E poi, l’impensabile…
Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio una brigata francese tenta di rientrare al campo principale.
Nel buio viene scambiata per nemica dalla propria compagnia di collegamento.
Parte una cannonata d’allarme.
Un colpo. Poi un altro.
Il panico si diffonde come una scintilla nella polvere.
Un esercito organizzato diventa confusione, urla, fuoco amico.
La Révolution si spara addosso.
La ritirata
Il 18 febbraio iniziano le operazioni di reimbarco.
Il mare non aiuta: una burrasca violenta danneggia diverse navi, tra cui la potente Léopard, 74 cannoni.
Il 24 febbraio 1793 la flotta lascia definitivamente il Golfo di Cagliari.
A mani vuote.
Con i morti a bordo, le fiancate ferite e una storia che a Parigi non avrebbero raccontato volentieri.
Tra quegli ufficiali c’è anche un giovane corso, destinato a riscrivere l’Europa: Napoleone Bonaparte.
Ma quella, per lui, non fu una pagina gloriosa. Semmai una sconfitta che brucia ancora.
Febbraio 1793. I fatti in sintesi.
- 20 navi francesi contro Cagliari.
- Fino a 6.200 uomini.
- 17 emissari abbattuti sotto le mura.
- Sbarco respinto dalle milizie popolari sarde.
- Un esercito che si disintegra anche per fuoco amico.
- Ritirata definitiva il 24 febbraio.
Una delle rarissime volte in cui un esercito rivoluzionario viene fermato senza gloria.
Non da una grande potenza.
Non da una macchina militare superiore.
Ma da un popolo che non aveva un vero esercito.
Solo la propria terra sotto i piedi. Da difendere con le mani e con i denti.






