Sella del Diavolo, Calamosca e Cala Fighera sono luoghi tra i più suggestivi del territorio cagliaritano con scorci da favola, acchiappa click o se preferite “acchiappa selfie”.
Aree di grande valore paesaggistico e ambientale, conosciute da generazioni e frequentate da escursionisti, sportivi, curiosi e amanti della natura.
Proprio perché sono mete ormai note ai più, una minoranza di frequentatori cerca talvolta di sperimentare percorsi nuovi, passaggi più impegnativi e itinerari non convenzionali. Correndo però “qualche” rischio personale.
Attuando una pratica che da sempre appartiene anche alla cultura dell’esplorazione e dell’escursionismo.Lo abbiamo fatto anche noi, anni fa, quando da istruttori trekking, sperimentammo alcuni percorsi insieme all’amico biologo Massimiliano Deidda, originario proprio di questi luoghi, con lo spirito di chi voleva conoscere meglio un territorio straordinario.
Questo, naturalmente, non significa sostenere comportamenti imprudenti. Anzi, l’opposto contrario…
Sappiamo infatti bene che un burrone è un burrone: a Cala Fighera come al Canyon di Tuvixeddu o al ciglio di un palazzone, sulle Alpi come sul Monte Ortobene. Perché un passaggio esposto può comportare rischi reali e sporgersi sul vuoto non è mai un gioco.
Ma, proprio per questo, occorre distinguere tra avventura, esplorazione e imprudenza. Usando il buonsenso che deve guidare chi affronta un cammino: conoscere il percorso, osservare attentamente il terreno, valutare le proprie capacità, utilizzare l’attrezzatura adeguata, tenere conto delle condizioni meteorologiche e sapere quando è il momento di rinunciare.
Non è però demonizzando questi luoghi o descrivendoli sui social come scenari frequentati prevalentemente da personaggi equivoci o “a rischio crolli” che si risolve il problema.
Al contrario, se esistono criticità, sé queste sono vere e note, la risposta dovrebbe essere concreta.
Le istituzioni dovrebbero creare e valorizzare nuovi percorsi, rendendoli più sicuri e riconoscibili, attraverso una progettazione seria che possa prevedere, dove tecnicamente possibile e compatibile con la tutela ambientale:
- cartellonistica e segnaletica adeguate;
- indicazioni sui livelli di difficoltà e sui punti maggiormente esposti;
- illuminazione nei tratti e negli accessi dove realmente necessaria e autorizzabile;
- dispositivi e strumenti per l’emergenza;
- presenza di DAE – defibrillatori automatici esterni in punti strategici e facilmente raggiungibili;
- informazioni sui comportamenti corretti e sui numeri da contattare in caso di emergenza.
Tutto questo è possibile anche grazie alle segnalazioni degli esperti e dei frequentatori dei siti.
Tutto ciò non trasformerebbe Cala Fighera o la Sella del Diavolo in luoghi artificiali.Al contrario, significherebbe governarne la fruizione, proteggendo sia le persone sia l’ambiente.
Perché un territorio può rimanere selvaggio, affascinante e avventuroso senza essere abbandonato a sé stesso. Senza restare per sempre esposto a eventuali criticità se il richiamo sprigionato da questi siti è tale da richiamare, ogni giorno e sempre più dMestate, migliaia di frequentatori.
E soprattutto può essere raccontato senza costruire narrazioni astruse “da divano”, alimentate da chi non conosce realmente questi luoghi o li osserva soltanto attraverso i social. Guardando un selfie altrui.
La sicurezza non si costruisce con l’allarmismo. Si costruisce con la conoscenza, la prevenzione e infrastrutture adeguate.
L’avventura può esserci. Il rischio, quello inutile ed evitabile, invece no.
Sella del Diavolo, Calamosca e Cala Fighera: meno etichette, più conoscenza; meno allarmismo, più sicurezza; meno narrazione da social acchiappa click, più territorio vissuto e rispettato. Da valorizzare come di fatto è oggi, e merita un effettivo miglioramento.



