C’è un paradosso che dovrebbe far riflettere tutta Cagliari.
Negli ultimi anni sono state organizzate visite, convegni, aperture straordinarie e iniziative pubbliche per far conoscere alcuni dei luoghi più affascinanti della città nascosta: la caverna de S’Avanzada, il Pozzo di San Pancrazio, i tunnel del 68’mo Deposito Carburanti di Monte Urpinu. E ancora rifugi, gallerie e altri ambienti sotterranei sono stati giustamente presentati come testimonianze preziose della storia cittadina, capaci di attrarre interesse, curiosità e partecipazione.
E questo è certamente un bene. Ma non basta affatto per valorizzare per davvero, Cagliari sotterranea.
Perché, proprio mentre si promuovono queste iniziative, mentre si parla sempre più spesso di valorizzare la città sotterranea, cala un silenzio quasi totale su ciò che potrebbe rappresentare una delle più gravi perdite patrimoniali degli ultimi decenni: l’imminente riempimento di oltre mille metri quadrati di ambienti sotterranei storici sotto Piazza d’Armi.
Da una parte si aprono le porte della città nascosta. Dall’altra si prepara una colmata di terra destinata a chiuderne una parte significativa erroneamente chiamata “cavità della frana“.
Possibile che nessuno colga questa contraddizione?
Possibile che si celebrino aperture di siti sotterranei una volta l’anno, mentre si accetta – senza una vera discussione pubblica – l’occultamento di una cavità che conserva ancora le tracce lasciate dai cavapietre che costruirono le varie Cagliari del passato?
Possibile assistere a un silenzio pesante quanto un dibattito culturale che non arriva fino alla difesa – concreta – del patrimonio?
Eppure, il sito di Piazza d’Armi, possiede caratteristiche che potrebbero renderlo uno dei luoghi più interessanti dell’intera rete della Cagliari sotterranea. Basti pensare che fu un’ex cava di pietra a breve distanza da insediamenti preistorici, fu stalla per greggi di pecore, fu ricovero antiaereo, e non solo.
Non stiamo parlando di una cavità remota o difficilmente raggiungibile. Al contrario.
Il complesso sotterraneo si trova in una posizione strategica, nel cuore della città universitaria.
L’Università di Cagliari (così altre istituzioni) dovrebbe essere tra i soggetti maggiormente interessati alla sua salvaguardia e valorizzazione.
Basterebbe osservare una planimetria per comprendere le potenzialità del sito.
Un semplice accesso ricavato dal muro di confine del giardino della Facoltà di Lettere e Magistero potrebbe consentire l’ingresso a un percorso culturale e didattico unico nel suo genere. Altri accessi potrebbero essere studiati tra via Is Mirrionis-Marengo e Piazza d’Armi, oppure attraverso le aree prossime alla Facoltà di Ingegneria.
Si potrebbe immaginare un laboratorio permanente per archeologi, geologi, storici, architetti, ingegneri e studenti.
Si potrebbe creare un percorso didattico sulla storia dell’estrazione della pietra calcarea che ha costruito Cagliari.
Si potrebbero illustrare le tecniche dei cavatori, le trasformazioni del sottosuolo urbano, l’evoluzione geologica e antropica della città.
Si potrebbe fare ricerca e divulgazione. E turismo culturale.
Si potrebbe fare memoria.
Invece si parla di terra.
Terra da immettere. Terra da accumulare, da utilizzare per riempire (spendendo centinaia di migliaia di Euro), ambienti che nessuno ha ancora realmente esplorato nella loro interezza dal punto di vista archeologico: la cavità ha infatti più livelli, alcuni dei quali inaccessibili eppure accertati con tecniche sofisticate di rilievo.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Dov’è il mondo della cultura? Dov’è il mondo accademico?
Dov’è la città?
Dove sono le associazioni che giustamente si battono per la tutela del patrimonio storico? Eccetto la nostra web community, tutto porrebbe silente.
Infatti dove sono coloro che parlano di valorizzazione del territorio?
Perché se è giusto aprire al pubblico le caverne de S’Avanzada, se è giusto raccontare il 68’mo Deposito Carburanti di Monte Urpinu, se è giusto investire sulla conoscenza della Cagliari turistica e sotterranea, allora dovrebbe essere altrettanto giusto chiedere che venga avviato un confronto pubblico sul destino di Piazza d’Armi prima che sia troppo tardi.
Perché una volta entrata la terra, una volta coperti i segni dei cavatori, una volta occultati gli spazi e le testimonianze storiche, non sarà più possibile tornare indietro senza costi enormemente superiori. Anche se quel che ci raccontano parrebbe diverso. Vi è un preciso indirizzo politico per tombare una caverna anziché consolidarla e renderla accessibile all’ampio pubblico.
Infatti il rischio è che tra qualche anno si organizzino conferenze sulla Cagliari sotterranea raccontando ai visitatori ciò che un tempo esisteva sotto Piazza d’Armi.
Magari mostrando fotografie. Magari indicando una mappa. Magari spiegando che lì sotto c’era una delle più importanti testimonianze dell’antica attività estrattiva cittadina. E qualcuno domanderà:
“Perché non è stata salvata?”
A quella domanda sarà difficile rispondere.
Perché il problema non sarà stata l’assenza di idee. Non sarà stata l’assenza di tecnologie né l’assenza di alternative.
Forse sarà stata soltanto la volontà di riempire come si faceva nel Medioevo culturale, senza seguire la nostra voce per interrompere il silenzio.
Quel silenzio assordante che oggi accompagna la potenziale e scongiurata sepoltura di oltre mille metri quadrati della memoria sotterranea di Cagliari. In piazza d’Armi.
Un riempimento che comporterà un enorme esborso di denaro pubblico, elemento centrale di quell’imminente voler “tombare” la storia. E sul quale vigileremo con vivo interesse pronti ad azioni concrete, come sempre.
APPROFONDIMENTO
Qualche anno fa il Consiglio comunale di Cagliari approvò una duplice e importante proposta finalizzata sia alla valorizzazione della cosiddetta “Cagliari sotterranea” sia alla salvaguardia delle grandi cave storiche che si sviluppano sotto Piazza d’Armi.
Primo firmatario della proposta, Marcello Polastri e Loredana Lai che nel 2021 chiesero la valorizzazione Cagliari Sotterranea.
Nel corso del tempo è stato proprio Polastri ad avviare un confronto con la competente Soprintendenza, ricevendo riscontri dettagliati sul valore storico, archeologico e identitario di questo straordinario patrimonio nascosto.
L’idea di fondo era semplice quanto lungimirante: trasformare una criticità in un’opportunità. I fenomeni di cedimento e i problemi statici che interessano alcune aree non dovevano diventare il pretesto per cancellare la memoria della città, ma l’occasione per recuperarla, studiarla e renderla visitabile.
Le cave sotterranee di Piazza d’Armi non rappresentano infatti un vuoto da colmare, ma una testimonianza concreta della storia di Cagliari, delle sue tecniche costruttive e dell’attività estrattiva che per secoli ha fornito la pietra con cui è stata edificata gran parte della città.
In tal senso fu presentata al Comune di Cagliari una dettagliata interrogazione consiliare su Piazza d’Armi incentrata sul “Recupero del sito cavità della frana di piazza D’Armi” (prot. n. 64378 – qui).
Se esiste un problema di sicurezza, esso va affrontato con le moderne soluzioni dell’ingegneria e non con l’interramento delle cavità.
Oggi la tecnologia consente di realizzare strutture di consolidamento, solette ad alta resistenza e sistemi di ripartizione dei carichi capaci di garantire la piena sicurezza della superficie sovrastante, preservando al tempo stesso gli ambienti sotterranei.
Una piazza sicura, una viabilità efficiente e un patrimonio storico conservato non sono obiettivi incompatibili.
Anzi, si potrebbe immaginare una Piazza d’Armi completamente riqualificata, con o senza una rotonda, e con accessi controllati, percorsi museali, varchi dedicati alle persone con disabilità e itinerari capaci di raccontare ai visitatori una parte ancora poco conosciuta della storia cittadina. Da un quartiere martoriato diverrebbe un quartiere modello.
Con un progetto di grande valore culturale, turistico e identitario, in grado di inserire le cave nel più ampio racconto della Cagliari nascosta.
La scelta che si pone oggi è dunque culturale prima ancora che tecnica. Riempire di terra questi spazi significherebbe cancellare per sempre una pagina della storia della città. Investire nel loro recupero significherebbe invece consegnare alle generazioni future un patrimonio unico, trasformando un problema in una risorsa. Una città che si definisce “del Sole” non dovrebbe seppellire la propria memoria nel sottosuolo, ma illuminarla, renderla accessibile e farne motivo di conoscenza, orgoglio e sviluppo.
A Cagliari le “tombiamo”, a Varese le valorizzano. Basti pensare alla “Predera” situata a Brenno Useria, frazione di Arcisate (VA). Dove storicamente il termine locale “predera” indica le antiche cave sotterranee di pietra (note anche come pietra di Brenno o Molera). Un sito che un tempo era il cuore del duro lavoro dei picasass (gli scalpellini) della Valceresio. E oggi meta turistica. A Cagliari, invece, a cosa si pensa? A riempire?
Articoli e fonti consultate:
- Proposta valorizzazione Cagliari sotterranea: il documento
- Triste addio alle Grotte dei laghi di Cagliari
- Sopralluogo istituzionale del Comune nella cavità della frana
- Le antiche cave di Brennio
- Progetto IPSRA in Italia “il caso Cagliari”
- Alla scoperta delle cave dei “picasass”, tra Italia e Svizzera
- Storia delle cave di Brennio

L’articolo pubblicato il 2 Marzo 2014 su L’Unione Sarda a firma V. Caruso.







