Da Sant’Elia a Monte Urpinu. Quando i nuraghi spuntano come “funghi” dal confine sottile tra scoperta e suggestione, ci sarà qualcosa da capire?
Di certo, il 19 marzo 2026, Cagliari si è svegliata con una promessa clamorosa: un “nuovo nuraghe” affacciato sul mare di Sant’Elia, capace — a detta di alcuni — di riscrivere la storia.
Titoli forti, telecamere, dichiarazioni solenni. Eppure, per chi osserva con memoria lunga e spirito critico, questa storia non comincia oggi.
Già dal 2024, ben prima del clamore mediatico, la voce circolava sottotraccia. Non tra tutti, ma non è sfuggita alla community di Sardegna Sotterranea, abituata a muoversi tra segnalazioni, indizi e verifiche dirette sul campo.
Il 18 dicembre di quell’anno, su una pagina social dedicata alla Sardegna nuragica, l’utente Giuseppe Cocco, scriveva senza esitazioni: “al Colle di Sant’Elia c’è un nuraghe”.
Una frase semplice, quasi innocua. Ma inserita in un contesto tutt’altro che neutro: lo stesso giorno in cui si diffondeva la clamorosa smentita sul presunto nuraghe di Monte Urpinu.
E qui la memoria si fa monito…
Foto documentale del Post che nel 2024 diede notizia di un presunto nuraghe a Sant’Elia – Cagliari.
Anche allora, a parlare furono nomi autorevoli dell’archeologia, come Giovanni Ugas e Nicola Dessì.
Anche allora si parlò di scoperta eccezionale. Anche allora si evocò la possibilità di riscrivere la storia. Poi arrivarono le verifiche ufficiali. E la realtà fu ben diversa: nessun nuraghe, ma un muro militare del Novecento.
Una vicenda che Cagliari ricorda bene. Non solo per la delusione, ma per ciò che ha rappresentato: una lezione pubblica su quanto sia fragile il confine tra interpretazione e verità.
In quel caso intervenne anche il giornalista e allora consigliere comunale Marcello Polastri, con un’interrogazione formale per chiedere chiarezza alla Soprintendenza. Un gesto necessario, a tutela della credibilità scientifica e dell’identità storica.
Perché la storia non si costruisce sugli annunci.
L’archeologia — quella vera — è fatta di stratigrafie, analisi, confronti, dati verificabili.
Non basta un sopralluogo, non basta una suggestione, non basta nemmeno l’occhio esperto se mancano gli elementi fondamentali. Men che meno una mera operazione di marketing politico come quella di Sant’Elia.Ed ecco perché, nel caso di Sant’Elia, le domande si affollano. Le smentite pure, dall’archeologa Maria Antonietta Mongiu ad Alfonso Stiglitz.
Un nuraghe senza l’ombra, tra le sue pietre cementate, di una ex porta d’accesso?
Senza architrave?
Senza finestra di scarico, senza tholos, senza scala elicoidale interna?
Un “nuraghe” dove le pietre sono legate da malta cementizia moderna, tra ferro e cavi elettrici?
Un nuraghe annesso ad un muro di recinzione della base militare, ad angolo della stessa…
Difficile non nutrire dubbi.
E ancora: possibile che un simile monumento sia sfuggito agli sguardi dei grandi studiosi che hanno percorso, studiato e raccontato ogni angolo della Sardegna?
Non lo vide Alberto La Marmora, instancabile esploratore e disegnatore di nuraghi.
Non lo segnalò Giovanni Spano, padre dell’archeologia isolana.
Non ne parlò Giovanni Lilliu, massimo studioso della civiltà nuragica.
Non lo intercettò Enrico Atzeni, che proprio in quella zona viveva e lavorava per tutelare preesistenze e rigore scientifico applicato.
Nicola Porcu, archeologo subacqueo residente in zona, gioirebbe per il “nuraghe scoperto a casa sua”, sostengono gli internauti.Un’assenza collettiva che pesa. Finché non si fa avanti chi la storia, con evidente sensazionalismo, la vuole addirittura “riscrivere”.
Certo, la storia non è immobile. Nuove scoperte sono sempre possibili. Ma proprio per questo richiedono ancora più rigore, non meno. Anche se a ritenere “scoperta” siano ex docenti universitari o archeologi: servono prove tangibili, materiali, prove provate. Da mostrare.

La malta cementizia usata per tenere insieme “i nuraghi” a Sant’Elia, identica a quella impiegata nel vicino muro militare.
Nel dicembre 2024, anche l’archeologa Patrizia Zuncheddu prese posizione pubblicamente contro i facili entusiasmi, parlando senza mezzi termini di “fantaarcheologia”.
Parole dure, ma indicative di un disagio reale dentro la comunità scientifica. Così quelle di Maria Antonietta Mongiu, su l’Unione Sarda del 26 Marzo 2026: “l’archeologia non diventi marketing“. Che non lo sia già diventata? Un sospetto che è stato fatto proprio dalla comunità scientifica!
Perché oggi, più che mai, il rischio è quello di trasformare l’archeologia in spettacolo.
Sopralluoghi resi virali, interpretazioni lanciate prima delle verifiche con gli scavi e le comparazioni, titoli costruiti per stupire più che per informare. Il risultato? Una comunità divisa, un pubblico confuso, una verità sempre più difficile da distinguere.
Eppure, la regola resta semplice. Antica quanto la disciplina stessa: Prima si scava. Poi si dimostra.
Se il nuraghe di Sant’Elia esiste davvero, saranno le prove a dirlo. E allora sarà una scoperta straordinaria, patrimonio di tutti.
Se non esiste, sarà altrettanto doveroso dirlo. Con chiarezza, senza ambiguità. Senza queste ambigue “scoperte”, “riscoperte” a mezzo stampa, dubbie sospensioni delle stesse.
Nel frattempo, resta un dato concreto: è stata presentata una richiesta di accesso agli atti alla Soprintendenza archeologica. Un passo necessario, perché la verità — quella vera — non teme verifiche.
E qui sta il punto. A presentarla?
Il nostro Team. Un’altra si aggiungerà domattina a firma di autorevoli studiosi che credono di come quel presunto non sia un nuraghe, ma una torre con garitta eretta con le pietre estratte nel 1930 con lo scavo delle polveriere (simili a vasche) a 40 metri di distanza da quelli che 4 archeologi ritengano siano i nuraghi che riscriveranno la storia.Vero è che la civiltà nuragica non ha bisogno di forzature, né di annunci sensazionalistici.
“I nuraghi, quelli veri (dal Losa al Santa Barbara, da Su Nuraxi al Palmavera, dal Serbissi all’Orolo), sono frutto di una delle più grandi espressioni del Mediterraneo antico: la civiltà dei Sardi, complessa, avanzata, ancora oggi capace di interrogare studiosi di tutto il mondo” sostiene Marcello Polastri.
Ridurne la grandezza a ipotesi fragili o, peggio, a scorciatoie mediatiche, non la valorizza: la impoverisce.
La Sardegna ha già una storia immensa. Non ha bisogno di invenzioni.
- La torre militare della base logistica della Marina a Sant’Elia edificata dai militari in una fotografia di Marcello Polastri
- presunto nuraghe zona torre Prezzemolo
- Le pietre e la malta cementizia del sito nuragico (?). Ph M. Polastri
- Esplode “il caso” nuraghi o non nuraghi a Sant’Elia, Cagliari
- Uno degli screenshot che gira tra le chat di chi crede e chi non crede alla scoperta dei nuraghi a Cagliari
- Screenshot
- Screen dei post pubblici dell’archeologa Zuncheddu sulla smentita nel “non nuraghe” a Monte Urpinu
- Screenshot che nel 2024 diede notizia di un presunto nuraghe a Sant’Elia – Cagliari
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