Sant’Elia e le grotte dimenticate

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Marcello Polastri, in una recente intervista televisiva

Cagliari. Sul più longevo quotidiano regionale della Sardegna, L’Unione Sarda, il giornalista e spelologo Marcello Polastri ricorda l’importanza delle caverne del colle Sant’Elia.

Luoghi della memoria, che hanno restituito i più antichi e importanti indizi della civiltà cagliaritana, risalenti alla lontana preistoria.

Una visita guidata per riscoprire le grotte di San Bartolomeo a Sant’Elia.

Sabato 6 settembre alle 17,30 sarà possibile partecipare alla visita guidata organizzata dalle associazioni Ambiente Sardegna e Sardegna Sotterranea.

 
L’iniziativa ha lo scopo di illustrare la storia e le preesistenze lasciate dalla civiltà cagliaritana nelle cavità sotterranee del colle.

«Nel corso della storia», dice Marcello Polastri, guida della mostra, «le grotte sono state utilizzate prima come abitazioni e cimiteri dalle civiltà preistoriche arrivate a Cagliari via mare, poi come rifugio durante la Seconda guerra mondiale».

Tanti i reperti portati alla luce: dai resti umani, alle stoviglie utilizzate dai rifugiati.

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Il promontorio di Sant’Elia

Nel dopoguerra gran parte del materiale roccioso delle cavità fu utilizzato per ricostruire la città martoriata dai bombardamenti.

Per questo oggi, delle grotte, rimangono soltanto le cavità dove viveva la civiltà preistorica cagliaritana e le gallerie allargate dalle bombe militari.
«Sul sito hanno lavorato Giovanni Lilliu e Enrico Atzeni», spiega Polastri.

«I manufatti ritrovati furono costruiti con la ceramica cardiale, sistema di lavorazione che consiste nell’imprimere i gusci delle arselle sulla terra cotta. Questa civiltà addolciva la propria vita attraverso l’arte».

Polastri lamenta l’abbandono del sito: «Fino all’800 era considerato come uno dei più importanti della Sardegna.

Molti manufatti sono stati trasferiti a Roma, per questo non si conosce quasi nulla del sito. Dobbiamo recuperare questo patrimonio e renderlo noto».

Fonte: L’Unione Sarda, 2 Settembre 2014.

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